
Del produrre dischi come forma di pensiero (e di artigianato condiviso)
Produrre un lavoro discografico non è — come si potrebbe ingenuamente credere — il compito tecnico di colui che regola i livelli, dispone i microfoni e supervisiona le sessioni. Non è nemmeno, in senso stretto, un atto creativo autonomo. È piuttosto un’operazione complessa e stratificata, che si colloca a metà strada tra il mestiere e il pensiero, tra la responsabilità e la visione.
Il produttore artistico, se degno del nome, è insieme architetto e traduttore: costruisce strutture invisibili perché altri vi si possano muovere liberamente, e traduce — in forma sonora — ciò che l’artista spesso percepisce solo in forma intuitiva o incompiuta. È un lavoro che si fonda sull’ascolto, ma su un ascolto che precede il suono: ascolto dell’altro, del suo mondo, dei suoi vuoti e delle sue urgenze.
Nel corso della storia della musica incisa, i produttori migliori non sono stati soltanto esperti di equalizzazione o impaginatori di tracce, ma interpreti di sensibilità. Pensiamo a George Martin, che non si limitò ad accompagnare i Beatles, ma li aiutò a scoprire se stessi. O a Brian Eno, che trasformò il concetto stesso di studio in uno spazio poetico e concettuale. O ancora a Rick Rubin, che agisce per sottrazione, come un editor che toglie le parole superflue da un testo che vuole risuonare essenziale.
Produrre, dunque, non è agire al posto dell’artista, ma con l’artista. Significa esercitare un’intelligenza composita: musicale, certo, ma anche tecnologica, psicologica, diplomatica. Significa conoscere le macchine, ma anche i silenzi. Sapere quando parlare e quando tacere. Saper leggere, nei gesti, ciò che le parole non dicono.
E non è un lavoro che si improvvisa. Richiede tempo. Richiede esperienza, e insieme disponibilità al dubbio. Richiede, soprattutto, una disposizione alla discrezione: il produttore autentico è colui che lascia tracce senza firmarle, che orienta senza imporsi, che sa stare nell’opera senza cercare di assomigliarle.
Personalmente, mi accosto alla produzione solo quando sento che esiste una possibilità reale di dialogo, di fusione di intenti, di rispetto reciproco. Non sempre accade. Ma quando accade, allora sì, vale la pena mettersi in gioco. Perché un disco ben prodotto non è soltanto un prodotto finito: è un luogo della memoria, un atto di fiducia, una testimonianza di ciò che due (o più) persone, mettendo insieme visioni e fragilità, sono riuscite a generare.
E se tutto questo suona antico, lo prendo come un complimento. Perché, in fondo, produrre è una forma di artigianato: si lavora con mani pulite e mente vigile, nella convinzione che ogni nota, per quanto digitale, porti con sé l’eco di un gesto umano.